Sentirsi felici dopo aver avuto contatti con Heply è cosa che può accadere facilmente.

A me è successo: ho parlato con il suo CEO, Andrea Virgilio.

Anzi no, lui è anche CHO. Ovvero? Lo  Chief Happiness Officer, il direttore dell’ufficio felicità.

Ebbene si, non è solo una sigla di un corso di formazione o di un articolo da rivista manageriale, o sull’altra mano una “speranza” da formatori umanisti.

Esistono davvero. Fanno davvero quelle cose sulle felicità. E quelle stesse cose producono pure utili.

Andiamo un po’ più in profondità, col solito fare “visionario e pragmatico”, ed andiamo ad intervistare Andrea Virgilio di Heply.

 

 

Di seguito l’intervista.

 

Antonio Cecere:

Buongiorno Andrea,

ti ringrazio per la fiducia già anticipata, è per me un piacere poter offrire agli imprenditori ed ai professionisti con cui collaboro la tua testimonianza.

Ma andiamo dritti al punto, ovvero a conoscere la vostra filosofia, magari svelandoci qualche strategia di pensiero e di azione…

Quando è nata Heply e qual è la vostra missione?

 

Andrea Virgilio:

Siamo relativamente giovani. Siamo nati a Febbraio del 2019. La nostra missione è quella di operare nel settore tecnologico per sviluppare software su misura grazie all’impiego delle tecnologie derivanti dal mondo del Web. I nostri clienti sono organizzazioni che operano in vari settori e che cercano un partner tecnologico con il quale scalare il loro business velocemente ed in modo strutturato.

 

Antonio Cecere:

Dove vi trovate oggi, e quale orizzonte intravedete?

 

Andrea Virgilio:

Attualmente siamo un team di circa 20 persone e lavoriamo tutti nella nostra sede di Udine. In meno di un anno siamo partiti in 8 persone per arrivare a quelle che siamo oggi. Il nostro obiettivo è continuare a crescere in modo strutturato, lavorando sui processi interni, sulla formazione costante e sul rendere il più efficiente possibile il nostro modo di lavorare. Vogliamo arrivare ad avere un business sostenibile per tutti i nostri stakeholder.

 

Antonio Cecere:

Cosa ti ha spinto come imprenditore e manager di una giovane azienda a sposare la filosofia dello Chief Happiness Officer? Non bastava l’entusiasmo di gestire progetti tecnici innovativi?

 

Andrea Virgilio:

L’entusiasmo è qualche cosa che tende ad affievolirsi sul medio/lungo termine. Quello a cui punto, invece, è un moto perpetuo. So benissimo che non è qualcosa di semplice; infatti, è la nostra visione. Vogliamo creare un’organizzazione che abbia nel suo DNA il lavorare su progetti tecnici innovativi adottando un approccio che consenta alle persone di farlo, essendo consapevoli che gli dà felicità.

 

Antonio Cecere:

Cosa motiva veramente le persone, dal tuo punto di vista?

 

Andrea Virgilio:

Secondo me le persone possono essere motivate da diverse cose: l’età anagrafica e di conseguenza la maturità muovono molto la motivazione delle persone. A prescindere da tutti i fattori precedentemente indicati, però, di base quello che ritengo fondamentale per avere persone motivate è non prenderle in giro. Deve essere chiaro lo scopo dell’organizzazione per consentire a tutte le persone che la compongono di capire se quello che stanno facendo è effettivamente allineato ai loro valori.

 

Gli “Happy Coders”. Fonte: www.heply.it

 

Antonio Cecere:

Una declinazione dei vostri valori è “la felicità non è un gioco”. Cosa vuol dire esattamente? Come fate ad allenare la felicità?

 

Andrea Virgilio:

La nostra visione può trarre facilmente in inganno. Quando si parla di felicità spesso la si collega allo stato d’animo. In realtà, quello che stiamo cercando di portare avanti è uno stato di consapevolezza. Non posso essere sempre felice, perché nella vita (lavorativa e non) accadono eventi per i quali è impossibile essere felici. I vari stati d’animo che compongo il nostro essere sono tutti utili e preziosi. La felicità consta nell’essere consapevoli di tutto ciò e chiaramente fare il più possibile perché lo stato d’animo della felicità rappresenti la parte più dominante della nostra giornata.

Quindi, l’elemento principale sul quale lavorare è la consapevolezza, e direi che è tutto fuorché un gioco. Per questa ragione per noi la felicità non è un gioco. Allenarsi per migliorare la consapevolezza di se stessi, del proprio gruppo di lavoro, dei propri limiti, competenze ed ambizioni si ottiene con il dedicare tempo di formazione su questo, momenti di condivisione e riflessione costanti.

 

Antonio Cecere:

Quant’è importante per un imprenditore moderno ricevere feedback “neutri” magari da un professionista esterno?

 

Andrea Virgilio:

Direi che è fondamentale. Vivendo costantemente la quotidianità del proprio posto di lavoro si arriva a pensare di avere un approccio neutro ed oggettivo, ma in realtà è un bias cognitivo. Per un imprenditore la propria impresa è un elemento al quale è molto legato. Quindi, è difficile avere un approccio neutro.
Per questo rivolgersi a professionisti esterni che possono integrare la propria visione con feedback neutri è veramente fondamentale. Come imprenditori dobbiamo avere l’umiltà di capire che un feedback esterno, se è neutro, può darci molto fastidio perché porta a galla cose che non volevamo vedere e che vediamo come nostri fallimenti. Io penso, invece, che dobbiamo cercare con costanza e determinazione questi momenti di confronto perché sono il più sincero e rapido modo di migliorarci sia come persone che come imprenditori.

 

Antonio Cecere:

Un altro tuo concetto che mi è piaciuto molto è quello del “dialogo interiore” tra CEO e CHO (cioè il direttore esecutivo e quello della felicità). In cosa consiste e come lo rendi costruttivo, ai fini della felicità?

 

Andrea Virgilio:

Probabilmente ai più questa domanda risulterà strana, ma per me non lo è affatto. Avendo attualmente due ruoli estremamente importanti in azienda può capitare che siano in contrasto tra loro. Il CEO ha come obiettivo quello di far quadrare i conti e far generare profitto nell’organizzazione che dirige. Il CHO ha come obiettivo quello di fare qualsiasi cosa in suo potere per mantenere il focus dell’organizzazione in relazione alla felicità sul posto di lavoro. Ebbene, può capitare che queste due funzioni possano essere allineate sul da farsi per raggiungere i rispettivi obiettivi oppure no. Il dialogo interiore che tengo vivo tra questi due ruoli è estremamente importante in quanto il CHO deve far capire al CEO che se investe in qualità della vita delle persone della sua organizzazione questo avrà risvolti anche sulla componente di risultato finanziario, ed il CEO deve far comprendere al CHO che senza procedure e metodo l’organizzazione potrebbe produrre risultati per breve termine ma non sul lungo.

Dunque se queste due funzioni operano all’unisono allora il risultato è eccezionale. È quello che sto cercando di portare avanti da un anno a questa parte. La felicità deve produrre un risultato e deve farlo attraverso un metodo. A quel punto sarà analizzabile, scalabile e replicabile. Non deve accadere per caso anche perché potrebbe svanire sempre per caso e senza comprenderne il perché.

 

Antonio Cecere:

In quali casi fai da formatore e/o da facilitatore in azienda? Che cultura avete della delega?

 

Andrea Virgilio:

Una delle attività che faccio abbastanza spesso sono i colloqui uno ad uno. Sono un momento molto importante per me per capire se quello che percepisco di una persona è effettivamente quello che sta provando a livello emotivo. Qualche volta all’anno tengo incontri con tutta l’organizzazione per cercare, con momenti di formazione e di gioco, di lavorare su elementi molto importanti per la nostra organizzazione: il concetto di responsabilità, di cosa è un valore, della fatica, del tempo, la comunicazione tra le persone, ecc.

La delega è un processo sul quale stiamo lavorando; arriveremo alla vera delega tra anni probabilmente, in quanto per me delegare una persona a fare una cosa è averla aiutata in un percorso di crescita personale e professionale al termine del quale è in grado di portare avanti un’attività senza che tu debba controllare. Per far questo stiamo lavorando su un percorso che ci porti per step a questo obiettivo. Quando lo avremo raggiunto sarà parte integrante della nostra cultura e quindi non potrà essere più sradicato.

 

Antonio Cecere:

Come gestite i KPI (indici di prestazione) e la condivisione delle informazioni in azienda?

 

Andrea Virgilio:

Sul fronte delle KPI non abbiamo ancora avviato un processo strutturato. Attualmente abbiamo una singola KPI di gruppo che sono i GOAL giornalieri. Ossia quanti Task (Goal) riusciamo a fare come gruppo al giorno: se superiamo il 90% il giorno dopo Heply ci offre la pizza, se invece siamo sotto il 60% il giorno dopo passiamo tutti sotto il calcetto. Questo tipo di approccio al dato deve essere una lenta e costante abitudine, deve diventare una cultura. Nel momento in cui sarà a tutti chiaro che le KPI servono per misurare sé stessi in relazione a quanto si desidera migliorare, e non come strumento per pressioni organizzative nella tipica logica dall’alto al basso, a quel punto potremo ragionare come gruppo su quelle che possono essere le KPI che assieme decidiamo di implementare (e renderle pubbliche verso l’intera organizzazione) per migliorare come individui e dunque come organizzazione. 

 

Antonio Cecere:

Riesci a misurare la felicità? Che  impatto ha sulla produttività e sulla crescita aziendale? Mi accennavi che hai avuto riscontri anche durante il lock-down del Covid.

 

Andrea Virgilio:

Il nostro modo di misurare le felicità lo portiamo avanti in due modi. Il primo è con gli incontri 1:1 per poter avere un feedback più qualitativo. Il secondo modo invece lo facciamo con il tipico NPS dove la domanda che facciamo è: “quanto consiglieresti da 1 a 10 un tuo amico di venire a lavorare in Heply?”. Con questa domanda riusciamo a comprendere implicitamente quello che è il clima della nostra organizzazione. Durante il lock-down, invece, abbiamo fatto delle sessioni di video call tutti assieme per prenderci un momento per raccontarci come stavamo vivendo a livello emotivo il momento e che cosa ci mancava di ciò che avevamo prima. È stato un momento molto utile anche per me. Sono riuscito a condividere con i miei colleghi le mie sensazioni e le difficoltà che stavo vivendo. E devo dire che in quel momento ho sentito il team molto vicino a me e di supporto, pronti a guidare insieme la nave in quell’oceano in tempesta che non si conosceva.

 

Antonio Cecere:

Avviandoci verso la conclusione Andrea, mi piace citare una frase che ho letto sul vostro sito: “Ciò che sicuramente sappiamo è che non sappiamo abbastanza“.

 Te la sentiresti, in conclusione di questa piacevole intervista, di dare un messaggio ad altri giovani imprenditori che stanno approcciando al mercato?

 

Andrea Virgilio:

Vorrei dare un messaggio a tutti gli imprenditori, o comunque sia a coloro che vogliono continuare a fare questo mestiere per almeno 5 anni. Le nuove generazioni di giovani che si stanno avvicinando al mondo del lavoro hanno valori ed aspettative molto diverse rispetto alle generazioni precedenti. Mi piace la definizione inglese di Imprenditore: Undertaker, ovverosia “colui che prende su di sé la responsabilità di eseguire un lavoro che richiede l’impiego di più persone”.

Un imprenditore senza persone al suo fianco per me non è un imprenditore e per avere persone vicino a noi non è più sufficiente dargli un lavoro; occorre dargli una ragione per farlo e un senso più ampio del loro contributo per l’organizzazione dove operano.

Siate coraggiosi di fare qualche cosa in modo diverso e troverete sul vostro cammino persone che vi aiuteranno a farlo. Loro non lo faranno solo per il compenso se voi per primi non farete un’impresa solo per il denaro.

 

Antonio Cecere:

Grazie mille Andrea, è stato davvero un piacere.

 

Andrea Virgilio:

Grazie a te Antonio per questa fantastica opportunità. Il percorso che abbiamo appena iniziato ha davvero un grande bisogno di momenti come questi per far crescere il nostro verbo. Vogliamo portare il credo della felicità in ogni organizzazione e grazie al tempo ed allo spazio che ci hai dedicato abbiamo fatto un passo in avanti.

 

 

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